SuperbaMente
SCOPRIAMO GENOVA, CITTÀ DIVERSA
Ahi Genovesi, uomini diversi (Dante, Inferno, Canto 39)
22 settembre 2014
Il male più grande dello storico è il moralismo. Parlare di “buoni” e "cattivi" significa rinunziare alla comprensione del cammino della storia, sprofondando in assurde difese, o accuse, d'ufficio" di personaggi e avvenimenti lontani da noi anche diversi secoli. Un equivoco e malinteso amore per i! paese d'origine tende pol spesso a far mettere nella luce migliore tutto ciò che riguarda la nostra tradizione, usando quello strano frasario che si preoccupa di rintracciare in persone tanto distanti nel tempo una sensibilità che è solo nostra, squisitamente moderna.
Eppure le memorie del -passato ci indicano concezioni diverse di intendere la vita e i rapporti umani, e il servizio peggiore che si può fare a Gian Luiigi Fieschi come ad Andrea Doria, a Raffaele della Torre come a Giulio Cesare Vachero è proprio quello di cercare per essi giustificazioni di cui non hanno bisogno.
Sarà sufficiente illustrare senza falsi pudori l’obiettivo significato storico del !oro agire, perché innanzitutto noi abbiamo bisogno di comprendere, fuori da ogni leggenda, un'evoluzione storica di cui siamo il frutto.
Quando allora, superando il mito che ha contribuito a definirla “Superba” e cerchiamo di scoprire Genova "città diversa”, non intendiamo certo diversa da se stessa bensì da ciò che acritiche esaltazioni ne hanno fatto. Che significato può avere mostrarsi tanto ammirati di fronte alle modeste statue del cimitero di Staglieno, o di fronte a quei palazzi stile Restaurazione di Piazza De Ferrari, Via Fieschi, Via Assarotti quando cosi non si hanno più parole adeguate per esprimere l'autentica bellezza della Via Garibalcli o della chiesa di San Giovanni di Prè?
Si parla davvero bene di Andrea Doria dichiarando assurdamente che la sua costituzione del l528 ha liberato la città dalla soggezione allo straniero? Non sarebbe forse meglio dire, per spiegare la sua avvedutezza politica, che con Andrea Doria la Repubblica si diede al contrario completamente in mano agli spagnoli appunto perché il processo storico non permetteva altra soluzione, e quindi si poteva solo cercare il massimo vantaggio all'interno delle possibilità concrete?
Sono alcuni esempi per spiegare come il nostro “discorso” su Genova (non si tratta di una guida e le "voci” non vogliono avere alcuna pretesa di completezza) possa sembrare ad alcuni polemico, e a volte aspramente polemico, mentre vuol essere un tentativo di sgomberare il campo da una miriade di leggende e miti che proibiscono cli vedere le componenti autentiche di una tradizione.
Ecco il senso del “non acritico amore” per Genova che già avevamo dichiarato La composizione del lavoro segue l'ordine alfabetico delle varie "voci” prese in esame; ma avvertiamo che nessuno dei brevi paragrafi può esser letto isolandolo dagli altri, perché ogni voce concorre - sia a livello semplicemente informativo che di commento critico -- a formare una corrente, un qualcosa di unitario. ll discorso su un personaggio o su un momento storico non è quindi limitato alla sola voce ad esso specificamente dedicata, ma trova precisazioni e continui ampliamenti in una specie di lavoro di raccordo e incastro. Vengono cosi fuori, a poco a poco, alcuni temi di fondo, come quello delle feroci lotte di tamiglie a Genova, il significato dell'opera di Andrea Doria, le fasi dello sviluppo urbanistico, il tardo Rinascimento genovese, la grande stagione della beneficenza privata.
Questa ricerca nasce nel lontano 1969 dall'iniziativa di un gruppo di genovesi e dalla collaborazione del dott. Gianfranco Corbucci, appassionato cultore di storia genovese, cui va il merito e la responsabilità dell'originale impostazione di questo «excursus storico» ora aggiornato ed attualizzato.
Dopo oltre mezzo secolo va rinnovato un ringraziamento particolare ai commercianti genovesi che allora distribuirono il volume che ne fu ricavato, nell'ambito della manifestazione «Scopriamo Genova città diversa
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ACCATTONAGGIO
Del 1590 è un documento col quale la Repubblica si preoccupava di tener lontano i mendicanti, specie "li montagnari mendicanti” spinti sulla costa dalla fame. Comunque, sembra che nel 1925 un "professionista" guadagnasse in media 10,45 lire il giorno (molti impiegati non arrivavano a trecento lire mese), e ben pochi frequentavano il Massoero (v.).
Famosa è rimasta Elena di Portoria, affetta da demenza con delirio ambizioso: diceva d'essere parente del Re, o fidanzata del principe ereditario; andava in giro carica di medaglie (ma la gente diceva che era fidanzata di Carubba, altro celebre accattone). Non chiedeva l'elemosina: intratteneva in conversazioni i passanti, i quali finivano col darle qualcosa.
ACOUEDOTTO CIVICO
L'inizio della sua costruzione si può datare dal 1071, cioè poco tempo dopo l'abbandono dell'antico acquedotto romano del quale esistono ancora alcuni ruderi e che risale al tempo delle lotte fra Roma e Cartagine (lo stesso periodo, cioè, della costruzione della Via Aurelia).
Naturalmente, c'è stata tutta una serie di trasformazioni successive. "Bronzino" era chiamata l'unità di misura per l'acqua da vendere.
Durante i lavori si dovettero superare non poche difficoltà tecniche. Nominato architetto del ponte-sifone, Aicardo scrisse a Galileo Galilei il 27 luglio 1630 per ottenere chiarimenti appunto sui sifoni: Galilei rispose che "se fosse stato domandato prima il suo parere, la spesa fatta per il sifone avrebbe potuto essere risparmiata: data l'impossibilità del quesito".
L’idea di pressione atmosferica non gli era troppo chiara, evidentemente.
ALBERGHI
Così si chiamarono le unioni di famiglie in cui ciascuna abbandonava il proprio cognome per assumere quello, appunto, dell'Albergo. Fu un'istituzione voluta dai nobili vecchi di origine feudale, e formò l'ossatura della riforma aristocratica di Andrea Doria nel 1528.
Nella nuova costituzione, per formare un Albergo si chiedevano sei case aperte in Genova e solo a chi era in tale posizione avrebbero potuto essere assegnate le cariche pubbliche.
Si fissò un numero di 28 Alberghi che non doveva più mutare, per legge; di questi, solo 4 erano di nobili popolari: Giustiniani, Promontorii, Sauli, Defranchi. Gli altri 24 sono l'elenco dei nomi più antichi di Genova, e designano le famiglie Calva, Cattanea, Centuriona, Cibo Cicala, Doria, Fieschi, Fornari, Gentile, Grillo, Grimaldi, Imperiale, Interiana, Lercari, Lomellina, Marini, Negra, Negrona, Pallavicina, Pinella, Salvaga, Spinola, Usodimare, Vivaldi.
Soltanto i vecchi nobili, infatti, erano in grado di possedere più case aperte in città, per l'uso frequente d'imparentarsi fra di loro. Rimasero escluse, per aver avvolto la Repubbllca ln disastri e lotte intestine, le grandi famiglie popolari degli Adorni, Fregosi, Guarchi è Montaldi.
ALESSl
Nato a Perugia, Galeazzo Alessi fu trai maggiori architetti del suo tempo; chiamato a Genova verso la metà del 1500, nel periodo cioè di massimo sviluppo edilizio rinascimentale culminante con la costruzione della Strada Nuova, esercitò enorme influenza su tutti i suoi colleghi, tanto che gli furono attribuiti anche lavori da lui mai eseguiti.
Certamente sue la Villa Cambiaso, la Porta del Molo, la Chiesa di Carignano in cui risalta chiara la fondamentale romanità della sua arte, alcuni palazzi di Via Garibaldi. Sapeva adeguarsi al tipo di città che incontrava: per Genova creò il palazzo signorile di media importanza, minore delle regge che i prìncipi romani potevano permettersi ma sempre monumentale, dal volume architettonico pieno e compatto, rispondente anche alla prima formazione michelangiolesca dell'Alessi (il quale tuttavia seppe spingere Luca Cambiaso ad abbandonare la giovanile imitazione dello stile di Michelangelo, per una più personale pittura che di quell'esperienza pur tenesse conto).
ALIMENTAZIONE
Un esempio riferito all'anno 1840. i 114.000 abitanti di Genova spendevano in media 0,665 lire (nuove) il giorno. Considerata una famiglia di cinque persone, di classe artigiana, si calcolava:
Lire
Minestra 0,45
Cena 0,40
5 lb. pane 0,55
Vino 0,50
Totale 1,90
Per cena si deve intendere il “secondo” (il nostro autore dice "insalata, o farinata o cosa simile"). Ma un operaio non arrivava a guadagnare 1,90 lire/giorno, motivo per cui la spesa indicata doveva essere ridotta a 1,5 lire massimo.
E questo, naturalmente, solo per mangiare.
ANDREA DORIA
Visse più di novant'anni (14661560, esercitando su Genova un'enorme influenza. Aveva cominciato dal niente, come semplice marinaio, e con le sole sue capacità personali ottenne tutto. Nel 1528 smise di lavorare per i Francesi passando al servizio dell'imperatore Carlo V; nello stesso tempo, volle una riforma costituzionale che riconsegnava il potere in mano alla vecchia nobiltà feudale '(la quale dai tempi di Simone Boccanegra era estromessa da incarichi di governo).
Si fece chiamare "Padre della Patria", si fece regalare un palazzo in Piazza San Matteo, si fece erigere un busto in Palazzo Ducale, si fece esentare da ogni imposta. Non volle cariche pubbliche di governo: si accontentò di mantenere il controllo effettivo su ogni decisione all'ombra degli spagnoli.
Suo grande merito fu quello di aver capito che ormai la Repubblica marinara era soltanto un nome, e che nell'Europa dei grandi stati unitari si poteva sopravvivere soltanto attaccandosi a qualche “carro”.
Capì che Genova avrebbe potuto continuare la sua antica potenza in forma nuova: coi suoi banchieri e con i mercanti cui la "protezione” spagnola aveva aperto lucrose prospettive.
Il Rinascimento genovese inizia con Andrea Doria: ma alla magnificenza degli affreschi che ornavano le volte dei grandi saloni, e all'imponenza dei palazzi della Strada Nuova, corrisposero. le continue umiliazioni cui la Repubblica abbandonata doveva sottostare.
ANTIOUARI NOTTURNI
ll mercato delle antichità è sempre più esteso. Alcuni anni fa scomparve la Madonnina di Piazza delle Erbe, che da tre secoli era nella sua nicchia sulla facciata d'una casa; poco dopo, una Madonna con Bambino venne divelta dal suo abitacolo sotto l'arco di Porta dei Vacca: era in marmo bianco opera di un artista del sei-settecento.
Non si tratta di casi isolati: i furti avvengono la notte sotto gli sguardi di un pubblico pàrticolare. Anche a Genova crescono gli intenditori d'arte.
BACINO GALLEGGIANTE
Dopo l'entrata in funzione dei moderni bacini alle "Grazie", la sua necessità venne meno; fu fatto a pezzi, ricavandone alcuni grossi pontoni.
Varato nel 1873 completamente in legno, fu in esercizio nelle acque antistanti la calata Nord del Molo Vecchio, ammarato con pesantissime àncore. Si trattava d'un originale esperimento, e l'inizio non fu facile: inconvenienti ai compartimenti stagni e alle paratie causarono le prime difficoltà; in seguito, numerose infiltrazioni d'acqua costrinsero a mettere delle "pezze” sotto la carena.
Nonostante ciò, e nonostante le aspre critiche suscitate, l'opera dette i suoi frutti, permettendo, a esempio, la ripulitura e riparazione dei grossi postali dell'epoca.
BALILLA
Nel 1746 la Repubblica di Genova non poteva certo permettersi una politica autonoma. Per soprawivere, occorreva seguire con attenzione il gioco delle potenze, i continui mutamenti di alleanze, e cercare di schierarsi col più probabile vincitore. Scegliere la protezione di Francia e Spagna significò in quell'anno subire l'occupazione degli austriaci al comando di un Botta Adorno desideroso di vendicarsi per le offese portate dalla Repubblica alla sua famiglia. Milioni di genovine (moneta d'oro del valore di lire 100 coniata a Genova nel XVIII secolo) furono pretese dall'occupante, mentre la soldatesca agiva in modo tanto vessatorio da spingere il popolo alla rivolta.
Questo fantomatico Giambattista Perasso - il giovane Balilla - più che personaggio vero va inteso come il simbolo dell'orgoglio popolare ritrovato nel momento di massima tensione.
Gli austriaci furono cacciati da Genova e lasciarono 1000 morti e 4000 prigionieri.
Ancora una volta sui patrizi genovesi grava il sospetto di viltà e connivenza con i nemici: non era la prima occasione in cui il senato istigava nascostamente il popolo a ribellarsi, senza mai mettersi però direttamente alla sua testa, sicché in caso di fallimento fosse ben pronto a sconfessare l'operato dei . soliti sovversivi abbandonati così a un triste destino, mentre rapporti "amichevoli” con gli occupanti potevano sempre esser mantenuti
BANCHIERI
Nella seconda metà del 1500, proprio in piena crisi politica della Repubblica divenuta appendice della corona di Spagna, i banchieri genovesi divennero i più potenti d'Europa oscurando persino la fama dei Fugger con gli enormi prestiti a Carlo V e Filippo II.
Accanto al nome di Andrea Doria, troviamo sempre più spesso, a esempio, quello di Adamo Centurione, il più ricco della città, la cui figlia non a caso divenne moglie di Giannettino Doria. Dalle bancarotte cui i governi europei andavano spesso soggetti, i nostri banchieri si cautelavano facendosi concedere dai sovrani amministrazioni speciali e appalti di imposte che davano lauti introiti, indipendentemente dal rimborso del prestito.
Così poteva accrescersi la fortuna dei privati cittadini, proporzionalmente all’impoverimento anch'esso crescente di tutti gli esclusi.
BANCO Dl SAN GIORGIO
Già nel secolo XII la Repubblica, impegnata in continue spese per guerre e armamenti, fu costretta a ricorrere a prestiti pubblici garantiti, i quali avrebbero dovuto essere estinti gradualmente ma riuscirono soltanto ad aumentare col tempo. I creditori si riunirono in una Gasa detta Banca di San Giorgio, provvedendo alla riscossione dei tributi che andavano ad ammortizzare capitali e interessi dovuti loro dalla Repubblica, e in breve divennero una potente istituzione po,litica, uno Stato nello Stato. ll Banco innalzò nel 1466 una statua a Francesco Vivaldi, vissuto nel XIV secolo e inventore del moltiplico ossia-- delle. operazioni di interesse composto.
ln effetti il Banco di San Giorgio fu una delle più splendide glorie d'Italia: divenne insuperato maestro di scienza finanziaria per tutta l'Europa, i suoi istituti e regolamenti rappresentano un grande patrimonio di civiltà. Ma era anche il simbolo del passaggio del potere effettivo dallo Stato a un gruppo di privati ed è per questo che la riforma voluta negli anni che seguirono la Rivoluzione francese (1797) pose fine agli antichi privilegi e in definitiva decretò la morte del Banco.
L'edificio che ora è sede del Consorzio Autonomo del Porto, risulta dall'unione di un primo nucleo architettonico medioevale (1257) con un nuovo fabbricato (dalla parte a mare) che si addossa al primo sull'angolo di mezzogiorno e di ponente e che risale al 1571, cioè al pieno del Rinascimento genovese.
BARABINO
Il più importante è Carlo, architetto (1768-1835). La riforma del centro di Genova ( Piazza De Ferrari, Via Carlo Felice) è quasi tutta opera sua.
ll suo Piano d'ampliamento della Città di Genova venne approvato nel 1825.
L'Acquasola, Via Fieschi, Via Caffaro Via Assarotti, persino il cimitero di Staglieno e infine il teatro Carlo Felice serbano la sua impronta.
L'ispirazione fu quella di un tardo neoclassicismo, più Restaurazione che Impero (e non è un caso che soltanto con la Restaurazione egli riuscisse a tornare in auge presso i pubblici poteri).
BARUDDA
Vecchio personaggio del teatro dei burattini, in eterno contrasto con un Pipia meticoloso, pedante, petulante. La parola “Baroud" in arabo significa "polvere da cannone”.
Le conversazioni fra i due finivano sempre con un'esplosione di furia da parte di Barudda, il quale bastonava e metteva a terra tutti i burattini fra l'entusiasmo degli spettatori.
Fu un burattino del popolo, dai gesti impulsivi, disordinati. L'Ottocento si premurò di trasformarne la figura in quella d'un servo ridicolo che va in giro dicendo innocue scemenze.
BASILICO
E' una delle specie del genere «ocimum», originaria delle regioni calde dell'Asia e dell'Africa, ma estesamente coltivata in Europa.
Disse Francesco Marchese, uomo di grande dottrina, in occasione di una disputa col duca Galeazzo: “La natura dei genovesi è simile al basilico che maneggiato dolcemente odora e maneggiato aspramente puzza e genera scorpioni”
BASILISCO
La prima chiesa genovese sembra sia stata quella dei Santissimi Apostoli, poi intitolata a San Siro dopo la sua leggendaria cacciata dell'ancor più leggendario Basilisco.
Era questo un mostro dalla testa di gallo e dal corpo metà serpente e metà coccodrillo.
Se ne stava dentro un pozzo davanti alla chiesa, e puzzava tanto che l'aria era divenuta irrespirabile. Visto vano ogni tentativo di scacciarlo, i cittadini andarono dal vescovo, il quale comandò al mostro di lasciare la città: convinto, l’altro imboccò un vicolo e si precipitò in mare.
Tutto ciò nel quarto secolo: il Basilisco sembra simboleggiare il paganesimo – la sua immagine raffigura le divinità adorate dai genovesi nell'età romana - sconfitto dalla cristianità.
BlXlO
Il 4 novembre 1847 in piazza ducale afferrò per la briglia il cavallo di Carlo Alberto, incitando il re a varcare il Ticino. Veramente, per la sua smania di viaggiare, correre ogni pericolo, giungere a posizioni di comando elevate, sembra un erede di tradizioni antiche.
Divenuto aiutante di Garibaldi, fu tra i più fervidi a preparare la spedizione dei Mille; all'ingresso di Palermo, ferito, estrasse da solo la palla dalle carni.
Vollero vedervi un nuovo Giovanni dalle Bande Nere: certo è che fu "inesorabile" nel reprimere la rivolta dei poveri contadini di Bronte che, ingenuamente, credevano di vedere in Garibaldi il portatore del loro riscatto sociale).
Senatore nel 1870, il suo spirito irrequieto lo portò per mare sino all'isola di Sumatra, dove morì di colera tre anni dopo.
BOCCANEGRA
Primo Doge fu Simone Boccanegra, appartenente a famiglia nobile “popolare, acclamato nel 1339 dai genovesi stanchi del malgoverno dei Visconti.
Si decretò che mai un Doge potesse esser eletto fra la nobiltà "vecchia" (pratica osservata fino alla riforma del 1528).
Boccanegra riuscì a respingere i Visconti fin sotto le mura di Milano, liberò il mare dai corsari; ma i nobili fuorusciti non gli dettero tregua: morì avvelenato in un banchetto.
Attenzione comunque a non attribuire alla parola "popolo" il significato attuale: si trattava allora di quella che oggi viene chiamata grossa borghesia.
BOSCO
Patrizio genovese, giurista, commerciante, uomo politico. La storia della beneficenza a Genova abbonda di nobili figure. Il nome di Bartolomeo Bosco è legato alla nascita dell'ospedale di Pammatone, che egli volle indipendente dal governo.
Nel 1423 già funzionava un primo ospedale, costruito con denaro e su terreno di sua proprietà. Le spese erano rilevantissime; nel testamento dispose che, per la costruzione d'un altro ospedale gli fossero intestati dieci luoghi nelle compere di San Giorgio, i cui proventi dovessero impiegarsi per l'acquisto di nuovi luoghi fino al raggiungimento del capitale necessario.
La sua opera fu continuata dalla Repubblica, che ottenne aiuto anche da papa Sisto lV. Numerose le trasformazioni subite dall’ospedale, ora demolito per far posto a nuovi edifici. Rimane soltanto un ambulatorio, povera testimonianza della grande stagione dell’amore ai tanti ricchi genovesi per la loro città.
BRIGLIA
Fatto uccidere Paolo da Novi, il francese Luigi Xll nominò governatore della città Rodolfo Delannoy. Questl fece costruire a Capo di Faro una fortezza, destinata a controllare l’entrata. del porto, detta "della Briglia" perché avrebbe dovuto appunto "imbrigliare” la città.
Secondo il progetto, la Lanterna che era lì vicino avrebbe dovuto essere abbattuta ma venne salvata con un congruo regalo all’ingegnere incaricato.
Ennesima ribellione di Genova nel 1512: mentre la guarnigione del Castelletto si arrese subito, vani furono gli sforzi per far cedere la Briglia, che era sotto il comando di Guglielmo di Houdetot: non bastarono. cannoneggiamenti, mine, razzi incendiari per ridurre alla resa il valoroso comandante. il quale sgomberò soltanto dopo un accordo con Ottaviano Fregoso.
Qui si colloca il famoso episodio di Emanuele Cavallo, un nocchiero che con una galea (a bordo c'era anche un marinaio volontario, Andrea Doria) riuscì a proibire iI rifornimento della Briglia da parte di una nave francese, ricevendo poi in dono dalla Repubblica 200 scudi d'oro e l’esenzione da imposte.
Due anni dopo, a seguito di una delle solite furibonde lotte fra Adorni e Fregosi, la fortezza fu distrutta per ordine di Ottaviano Fregoso.
CAFFARO
I suoi "Annali”, poi continuati da altri, rimangono a testimonianza delle glorie di Genova marinara dal 1099, dall'epoca cioè della prima crociata. ll più antico storico della città, dunque.
Dopo di lui, è una schiera eccezionale di studiosi: ma alla quantità di lavori pubblicati ben raramente corrispose un serio impegno storicistico. Esiste una ricca tradizione di "incensatori del potere", che molto spesso riuscirono soltanto a confondere te acque.
ll più equilibrato degli storici è della fine del secolo scorso, quel Michele Giuseppe Canale che tentò di collocare le vicende di Genova in un contesto che tenesse conto della realtà europea.
Francesco Podestà, autore fra l'altro di un grande studio sul porto, è poi stato certamente il più grande ricercatore d'archivio che abbiamo mai avuto, fonte inesauribile per tutti gli articolisti successivi.
CAMBIASO
ll più grande pittore genovese (1527-1585). Si formò durante il periodo della restaurazione nobiliare voluta da Andrea Doria all'ombra di quella Spagna che per un secolo e mezzo ebbe predominio assoluto su quasi tutta l'Italia. Passata l'infatuazione giovanile per Michelangelo, Luca giunse alla maturità abbandonandosi a un pittoricismo cui s'aggiungeva una ricerca di solidità plastica di originale mediazione michelangiolesca.
Suoi magnifici affreschi di questo periodo sono in tante chiese e in palazzi di nobili genovesi (rievocò in special modo le antiche glorie dei Lercari).
Nel 1583 divenne pittore di corte nella Madrid di Filippo ll, ma all'alto stipendio corrispose un progressivo inaridirsi dell'ispirazione poetica. Morì due anni dopo; la leggenda lo vuole disperato a causa dell'amore per quella cognata che il Papa gli aveva detto di lasciare. Ma forse soffriva per la perdita delle proprie radici, della sua terra.
CAMPO PISANO
Sotto il Castello dell'epoca romana esisteva una spianata: qui furono tenuti prigionieri per vent'anni i 10.000 pisani catturati nel 1284 dopo la vittoria alle Melorie,
Moltissimi morirono e nello stesso luogo furono sepolti, tanto che il maresciallo Boucicault decretò nel 1403 non vi si potesse costruire e si lasciasse il luogo consacrato ai defunti.
Poi la zona man mano si trasformò, e quando si costruì il nuovo bacino di carenaggio (1928), fu posta un'epigrafe che ricorda la terribile prigionia: "Questo luogo nefasto di lutti fraterni - Genova ribenedice nel sacro nome d'Italia".
CANNONI.
Le fontane pubbliche ricevevano acqua per mezzo di tubi che il popolo chiamava . cannorìi ", denominazione attribuita poi alle fontane stesse.
A causa dell'esiguità delle sorgenti, non è mai stato possibile dotare Genova di fontane monumentali. La prima di cui si ha notizia è "La Fontanella" (nella regione del Molo) che - in mancanza d'altro – gettò Sangue nel 936. Famosa quella detta "Marosa" (o “Morosa” o "Amorosa”, secondo la fantasia dei nostri storici), oggi scomparsa, che ha dato il nome alla piazza dalla quale inizia Via Garibaldi.
Artisticamente, il livello è ovunque modesto: attrae a volte il viaggiatore il gruppo di marmo raffigurante Enea e il padre - lavoro dei Parodi - che sormonta la fontana di Fossatello, ora in Piazza Bandiera.
CANTONIERI
Nella seduta del 28 ottobre 1849 ii consigliere Stefano Grillo propose l'istituzione di un servizio di pubblica vigilanza'. Furono 15 i primi Cantonieri (chiamati cosi perché dovevano prestare servizio agli incroci e alle diramazioni delle strade), e nacque subito una rivalità fra questi e i pompieri-- che-facevano parte dello stesso corpo. Nel 1863 già si parla dell’efficienza del "servizio delle contravvenzioni”.
Fino al 1921, quelli che poi furono chiamati “vigili urbani” portarono il cappello a cilindro e l'ampia tunica del sorvegliante milanese. Nel 1934 ci si decise per la dotazione d’una divisa estiva bianca, abbandonata però sei anni dopo perché la scarsità di sapone e il suo alto costo non consentivano la pulizia delle uniformi. Imponenti, olimpici, sicuri di sé anche nel traffico più caotico, i vigili genovesi hanno attirato L’attenzione ammirata di viaggiatori d'ogni parte del mondo.
CARAVANA
ll servizio di facchinaggio nel Deposito Franco e nelle sezioni doganali era svolto dalla Compagnia dei Caravana, la più antica corporazione operaia esistente in porto. Se ne parla in uno statuto del 1300. In un altro statuto del 1487 si prescriveva che i Caravana dovessero provenire esclusivamente da.Beramo o da Brambilla (tanto che le mogli andavano a partorire a Bergamo perché ai flgli potesse garantirsi il posto nella Compagnia): si pensava che, in periodo di aspre lotte intestine, una corporazione di persone robustissime, per la loro origine, estranee alle passioni di parte non avrebbe dato soverchie preoccupazioni.
Si richiedeva integrità morale e straordinaria capacità di lavoro. Nel 1848 fu soppresso il privilegio riservato ai bergamaschi, nel 1857 Cavour deliberò l'abolizione delle corporazioni privilegiate (con l'unica eccezione per quella dei Caravana) e il 12 dicembre 1952 un decreto pose termine all'esistenza della Compagnia.
Sul lavoro portavano un caratteristico grembiule a gonnella; avevano nomi d,arte come Milziade, Nelson, Prometeo o Garibaldi: possono essere presi a simbolo di tutte le compagnie portuali che ancor oggi, sotto diverse denominazioni, mantengono pressoché inalterate certe caratteristiche corporative di origine medioevale, fatte di un preciso codice morale e.di lavoro, nonché d'una gelosa difesa dei privilegì sui quali non è gradito alcun intervento, da qualsiasi parte provenga.
CARLO V
Nacque nel 1500 dall'arciduca d'Austria Filippo .il Bello e da Giovanna la Pazza, figlia di Ferdinando il Cattolico e di Isabella di Castiglia. Giovanissimo, si trovò impensatamente a dover amministrare un'eredità grandiosa: Paesi Bassi, Castiglia e Aragona, Germania.
Ambizioso, calcolatore, dotato di una volontà di ferro, non ebbe paura delle responsabilità: passò la vita a combattere Francesco I re di Francia, e a pensare da impeiatore a una grande monarchia europea.
Venne diverse volte a Genova, splendidamente accolto aa quell’Andrea Doria che aveva posto la città sotto la sua protezione. Il Doria era conquistato dalla eccezionale personalità di Carlo V, e pensava che in lui risiedesse il futuro d'Europa; ma giunse il 1556 e l'abdicazione in favore di Filippo II, come un riconoscimento che gli scopi massimi del programma imperiale erano falliti e il territorio della corona si limitava alla sola Spagna.
Intanto, le scelte politiche determinanti erano già state fatte, e tutta l'Italia si avviava sotto gli Spagnoli a quel regime di spogliazione e rapina di cui si legge nei "Promessi sposi".
CARUGI
Fino al Xll secolo le case erano costruite in legno, vicinissime le une alle altre formando quei caratteristici "carubei” o “carroggi", come si chiamavano.
Si hanno notizie di numerosi incendi che, data appunto la vicinanza degli edifici, si propagavano con estrema rapidità causando danni enormi.
La costruzione delle case in pietra che ancora si vedono nella zona vecchia data dal 1200 e '300, quando tutta la città subì un vertiginoso sviluppo edilizio stimolato dalle lucrose imprese coloniali.
I palazzi sono di un'altezza inconsueta per quei tempi, e rappresentano una preziosa eredità che ha bisogno di essere valorizzata.
È forse la caratteristica di tanti edifici della Genova antica: occorre soffermarsi con amore e competenza per scorgere tante finezze costruttive e originalità di soluzioni sparse un po' ovunque per quelle viuzze in cui alzando lo sguardo si vede non più d'una sottilissima lama di cielo.
CASACCE
Intorno alla metà del Xll secolo, Sinibaldo degli Opizzoni guidò da Tortona un gruppo di uomini laceri e sporchi che presero a percorrere le strade della città flagellandosi e implorando pace e misericordia.
Divennero una moda, e approfittarono dell'appoggio dato loro dalle famiglie più ricche per accumulare delle fortune, erigersi case con annesso oratorio. Si divisero ben presto in gruppi intitolati al Santo cui era dedicato l'oratorio sociale; le riunioni erano fatte in edifici appositamente costruiti detti appunto Casacce.
Quella che forse originariamente era un'esigenza religiosa sincera si tramutò in sfrenata corsa alla sfarzosità degli ornamenti da mostrare durante le processioni tanto che diverse famiglie spesero ingenti somme per accrescere la dotazione di addobbi per il proprio gruppo, e finirono rovinate.
Quando le Casacce furono sciolte nel 1834, lasciarono una notevole eredità di attrezzature per processioni, cioè “casse" - gruppi scultorei in legno portati a spalla da squadre di uomini e che comprendevano fino a 14 statue come nel caso dell'arca della Casaccia di San Giacomo delle Fucine - e "cristi”del peso di parecchie decine di chilogrammi che venivano sorretti da un solo uomo.
CASTELLETTO
Ebbe grande importanza come minaccia verso l'interno della città, più che come difesa verso 'esterno. Era lo strumento della dominazione straniera, di Milano, Francia, Monferrato. Il famoso governatore francese Boucicault gli diede, agli inizi del 1400, vera e propria forma di Castello turrito.
Poi non si fece che costruire e ampliare nuove torri, erigere mura sempre più grosse.
Esistevano cave sotterranee congiungenti San Siro e il palazzo dei Dogi.
L'odio della popolazione, spesso cannoneggiata di lassù, era ben giustificato: quattro volte fu demolito il Castelletto, e altrettante volte riedificato.
La costruzione dei forti sulle alture. più distanti gli tolse importanza ma si trovò modo nell' '900 di edificarvi una fortezza, divenuta subito incubo del genovesi e nominata "castigamatti”. La sua demolizione è del 13 agosto i1848.
Ora, dal Castelletto si gode soltanto il panorama.
CATINO
Quando Guglielmo Embriaco, agii inizi del 1.100, tornò a Genova dopo aver ionquistato Cesarea durante la prima crociata in Terra Santa, portò fra le tantè ricchezze il famoso Catino. ln esso - conservato ora nella Cattedrale di San Lorenzo - sembra che Gesù avesse mangiato l'agnello pasquale durante l'ultima cena.
Napoleone, molto sensibile alle bellezze genovesi, creduto di smeraldo il Catino lo portò a Parigi nel 1806. Venne poi restituito nel 1816, rotto in diversi punti e mancante di un pezzo.
CATTEDBALE
La caratteristica facciata a striscie orizzontali di marmo bianco e pietra nera era anticamente un simbolo di prestigio, di ricchezza e nobiltà. Alcuni documenti testimoniano che la chiesa di San Lorenzo – designata Chatedralis Civitatis nel 1133 - era già officiata nell'anno 878.
Fu soggetta a continui lavori di restauro, per cui si perde un po’ il senso dell'impostazione originaria; a esempio, all'inizio del 1300 si dovettero ricostruire le arcate che dividono la navata centrale da quelle laterali, sicché si ha la sorpresa di vedere che agli archi gotici delle navate si sovrappongono quelli romanici dei matronei.
Esternamente, specie sul fianco destro sono incorporati frammenti di decorazioni romane, resti di sarcofagi del lll e IV secolo e decorazioni medioevali.
La fisionomia attuale della , Piazza di San Lorenzo data soltanto dal 1935, quando si aprì la Via San Lorenzo e furono quindi demoliti e arretrati i palazzi che a levante facevano ala al Duomo. Pochi anni dopo furono abbattute alcune casupole che occupavano l'attuale piazza, e a causa dell'abbassamento del livello del terreno si costruì la scalinata di accesso alla Cattedrale.
CHIAPPA
Colui che falliva ("rompeva") aveva l'obbligo della cessione dei beni ai creditori; ciò doveva awenire in forma pubblica e solenne. Il Cintraco conduceva il fallito a Banchi e gli imponeva l’umiliante cerimonia di “dar di culo in chiappa” su un lastrone detto appunto in dialetto, "ciappa”.
Fallire voleva dire, quindi, “andare con le gambe all'aria".
CHIOGGIA
Le colonie genovesi e veneziane nel Mediterraneo orientali fruttavano molto ma erano sempre minacciate. I Turchi cambiavano spesso idea circa la concessione di esctusività nei traffici, e da una rivalità di carattere prettamente commerciale ebbero inizio le lotte fra le due grandi Repubbliche marinare.
Entrambe rimasero dissanguate dopo la lunga serie di battaglie che, qualunque fosse l’esito richiedevano spese enormi. A Chioggia (intorno al 1380) i Genovesi, dapprima vittoriosi, rimasero bloccati con le toro grosse galee fra le strettezze dei canali; fu l'ultima grande crudele battaglia: Venezia riuscì a risollevarsi per i sacrifici che i suoi cittadini si imposero. Ma Genova non aveva uguale tradizione: le casse statali erano esangui e tali rimasero, mentre il potere effettivo scivolava sempre più nelle mani di privati.
CINEMA
Pietro Germi, Giuliano Montaldo, PaoIo Spinola sono registi che non hanno mai creduto opportuno parlare della propria terra. Se i genovesi fuggono da Genova, altri giungono da lontano: il grande regista boemo Pabst venne per studiare l'ambientazione di un film sulla congiura dei Fieschi; secondo Luchino Visconti "Genova è une stupenda città cinematografica".
Numerosi autori “girarono" nella città: doveva essere un regista romano, Carlo Lizzani, a intuire la drammaticità, le "incostanze armoniche" del paesaggio genovese con Achtung! Banditi!, realizzato nel 1951 a Pontedecimo.
CINTRACO
Era l'ufficiale giudiziario nell'antico ordinamento del Comune. Usciere. pubblico banditore, esattore dei diritti fiscali, incaricato ai pignoramenti, bastonava i ladri e malfattori; quando tirava forte il vento, girava per la città avvertendo di tener d'occhio i fuochi per evitare incendi (fino al 1100, le abitazioni erano in legno).
Nelle feste, sedeva alla tavola dei macellai e dell'arcivescovo, massime autorità dell'epoca. Decadde poi alla semplice funzione di banditore.
COLOMBO (1451-1506)
Non si può rimproverare la. Repubblica se questa non gli diede le caravelle: nel 1492 non esisteva in effetti più politicamente. Ci si può lamentare invece che quel monumento innalzatogli nel 1862 davanti alla stazione Principe (dov'era prima la statua di Bonaparte) sia uno dei più brutti d'ltalia.
D'altra parte, di Colombo conserviamo una casa che forse non era la sua e le ossa trovate nella cattedrale di Santo. Domingo non si sa con certezza di chi siano.
COMPAGNE
Antichi organismi a carattere militare, che riunivano uomini capaci di equipaggiare navi e usare le armi. Li vediamo già nel 1016 contribuire alla vittoria contro la flotta di Mugiahid.
Inizialmente erano tre (castrum, civitas, burgus), poi crebbero fino a otto: del borgo di Prè, di Soziglia, della porta di Banchi, di San Lorenzo, di Maccagnana o Mascherona, di Piazzalunga, di Palazzolo o Castello, di Portanuova. Vediamo poi il vescovo, i visconti e le “compagne rionali”, riunirsi in una "compagna ccmunis", forma di associazione privata con scopi commerciali divenuti in breve anche politici.
Da questa forma originale di interclassismo, di rapporti cioè fondati sul valore e le capacità individuali, sembra sia sorta Genova repubblicana. I rapporti privati che diventano pubblici.
CONGIURA DEI FIESCHI
All'inizio dell'anno 1547 il potere di Andrea Doria corse il più grande pericolo per la congiura tramata da Gian Luigi Fieschi, il quale aveva con sé i fratelli Geronimo e Cornelio oltre a quel famoso Verrina che aveva grande ascendente sulla fazione "popolare" e tanto colpì la fantasia di Schiller.
Ouasi vent'anni prima, la riforma costituzionale voluta da Andrea Doria aveva dato il potere in mano ai "nobili vecchi", dopo quasi due secoli di governo popolare.
Ma la congiura non fu guidata da coloro che politicamente avrebbero avuto più ragioni di lamentare l'esclusione dal potere, bensì proprio da uno dei rampolli della vecchia nobiltà feudale. Gli altri, prudentemente, prestavano il loro appoggio con cautela, pronti a tirarsi indietro. Così awenne quando, riuscito praticamente vittorioso il colpo di stato, Gian Luigi morì accidentalmente annegato in Darsena, nell'istante in cui anche Giannettino Doria - nipote ed erede designato di Andrea - cadeva sotto i colpi dei congiurati. Venuto a mancare il capo, gli altri si smarrirono, permettendo il ritorno del Doria il quale fu terribile nella sua vendetta.
Svaniva così l'ultima concreta possibilità di contrastare il completo abbandono di Genova agli spagnoli (il Fieschi fondava sull'appoggio delle armi francesi); la “protezione" iniziata con Carlo V sarebbe durata un secolo e mezzo.
CONSORZIO
Del 1893 è il primo progetto Giaccone volto a dare autonomia al Porto. Le vicende parlamentari hanno del romanzesco; ripreso dal Marchese Cesare Imperiali, il progetto di legge seguì con alterne vicende le sorti degli avvicendamenti governativi e rimpasti ministeriali.
Il 12 febbraio 1903 Genova ottiene infine il suo Consorzio Autonomo del Porto, nel tentativo di conciliare gli interessi di armatori, spedizionieri, lavoratori.
CORSARI
AIi, Mustafà, Mohammed Abdalla, Sinan Pascià... Non bisogna lasciarsi ingannare: furono tutti genovesi "rinnegati" che, nel 1500 e '600, corsero i mari al servizio della Mezzaluna, depredando le navi cristiane. Di solito erano rapiti in tenera età ed educati all'odio dei cristiani; altre volte erano costretti ad abiurare per non essere uccisi.
ln entrambi i casi dimostrarono poi eccezionale valore e perizia di marinai e combattenti. Mohammed Abdalla (Giovanni Soffietti) a 30 anni era padrone assoluto di Tripoli: morì a 48 anni, avvelenato lentamente da un medico calabrese.
ll più famoso è certo Scipione Cicala (Sinan Pascià), che arrivò al massimo comando della flotta di Costantinopoli; i musulmani non si fidavano mai completamente, e con ragione se si deve credere alle testimonianze secondo le quali Sinan aveva in animo di passare con tutta la flotta dalla parte della cristianità. Morì prima di compiere un passo che avrebbe certo fatto cambiare il corso della storia.
CORSICA
La storia dell'isola sotto il governo genovese è storia di continue rivolte dei corsi e seguite da dure repressioni che non riuscirono mai a vincere completamente la resistenza di quei feudatari recalcitranti, clero corrotto, signorotti spodestati, che spingevano il popolo alfa lotta.
L'onere per la sorveglianza e le guerre era troppo forte per una Repubblica già dissanguata; l'isola fu così ceduta nel 1453 al Banco di San Giorgio. ll governo francese, che da tanto ternpo aveva tramato per mettere in difficoltà i genovesi in Corsica, riuscì infine a farsela cedere col trattato di Versailles del 15 maggio 1768.
Sotto il timore che l'isola cadesse in mano ai fautori dell'indipendenza locale, Genova rinunziò ai suoi diritti di sovranità, riservandosi il privilegio di riscattare in futuro i territori rimborsando alla Francia le spese sostenute. Ma voleva essere una forma "elegante" di mascherare la propria impotenza politica.
DARSENA
Opera dell'architetto Marino Boccanegra, iniziata nel 1283 a causa della necessità di un porto interiore (darsena, appunto) che desse più sicuro asilo alle navi che attraccavano agli scali fatti costruire sulla spiaggia del Borgo, fuori Porta dei Vacca.
Attualmente comprende quelle che erano la Darsena delle GaIere, la Darsena del Vino e l’Arsenale.
Si edificarono poi due torri ai lati della bocca d'entrata. La costruzione del bacino di carenaggio data fra il 1846 e il 1851. Nel 1815 la Darsena divenne porto d'armamento della Marina Sarda: vi si insediò il corpo dei reali equipaggi, e le tettoie dell'antico Arsenale furono mutate in tristi alloggi per i forzati (secondo l'antica tradizione) che in quel tempo erano impiegati alla manutenzione del naviglio.
La Darsena fu poi ceduta dal Governo al Comune (1870) per complessivi 7 milioni - insieme al Seno di Santa Limbania, il Promontorio di San Tomaso, il Bacino di Carenaggio, il Cantiere della Foce.
DICKENS
Guardando Genova gli vennero in mente certi quartieri della sua Londra, ma con alcune varianti: "ln vita mia non ero mai rimasto così costernato come mi accadde di rimanere allora. La novità meravigliosa di ogni cosa, gli odori insoliti, l'inesplicabile sporcizia (sebbene Genova sia considerata la città italiana più pulita), la disordinata disposizione delle case sudicie,. piantate le une sul tetto delle altre; i vicoli, ancora più stretti di quelli di Saint Giles o di Parigi vecchia, pei quali era un via vai continuo, non di vagabondi ma di donne ben vestite, col velo bianco e con un gran ventaglio [.....}.
DRAGUT
Famoso corsaro del XVI secolo, originario dell'Asia Minore, passato al servizio del sultano Solimano. Con le sue scorribande divenne l'incubo di Carlo V, che dette ordine ad Andrea Doria di catturarlo. Questi inviò Giannettino Doria, il quale bloccò in Corsica Dragut e lo portò a Genova in catene.
Qui si dice avesse occasione di frequentare intimamente la moglie di Giannettino, e fu rilasciato dopo pochi anni contro il pagamento di congruo riscatto, anticipato peraltro da un ricco genovese).
ll popolo si scandalizzò, ma l'argomento finanziario fu determinante.
FARINATA
Cibo caratteristico genovese, fatto di farina di ceci con olio, e cotto al fa riverbero,. con legna di ulivo, nella teglia. –Se ne ha notizia già dal 1447 in un decreto del governo genovese, dove si parla della “Scribilité" o "Scripilite", che è appunto la farinata.' Catone nel “De re rustica"' parta appunto di qualcosa di simile.
Una notizia da prendere con le molle è che un tempo a Genova te fornaie portavano scarpe di seta guernite di perle.
FAZIONI
Dai primi governi della Repubblica, cioè sin dall’epoca del Consolato, la storia del potere pubblico è tutta una storia di incendi, torture, assassinii, stragi che ebbero come protagoniste le grandi famiglie della città, con poca differenza quanto a efferatezza, fra la nobiltà cittadina e i feudatari della campagna che erano stati obbligati dalla Repubblica ad abitare in città.
Secolare la lotta fra i Guelfi (cui facevano capo Fieschi e Grimaldi) e i Ghibellini (Doria e Spinola), continuamente con le armi in pugno a fronteggiarsi proprio quando le fortune della città raggiungevano i traguardi più alti, e ci sarebbe quindi stato spazio per ognuno, come ben dimostra l’esempio di una Venezia nella quale tutte le famiglie erano dedite al bene comune.
Genova sviluppa così quel forte individualismo che sarà causa prima di una storia di Sangue e dell'abbandono senza pentimenti di un'indipendenza che soltanto l'unione avrebbe saputo mantenere più a lungo (Come dimenticare gli ambasciatori "privati" che Andrea Doria mandava a Madrid in concorrenza col rappresentante ufficiale della Repubblica?).
FIRPO
Grande poeta genovese è Edoardo Firpo (1889-1957), autore delle raccolte "O grillo cantadò", *O fiore in to gotto", “A vea scoverta dell'America”, "Ciammo o martinpescòu".
Riuscì non soltanto a scrivere, ma anche a "sentire" in genovese, e il suo verso giunse a un'essenzialità di espressione in cui i tenui bozzetti, le delicate descrizioni non cadono mai nella "maniera" per la musicalità del verso che li sorregge e per il sapiente uso del dialetto ("Doppo trèi giorni o mà o s'è un pò calmòu, / s'è faeto un pò ciù ciaeo / e o vento o s'è fermòu, / che solo un ventixeu leggero e fresco / o l'andava pe-o mà comme in sce un pròu"...)
FORCA
“Che bella giurnàl! Peccòu che ancò no impiccan nisciùn!" I genovesi si divertivano assistendo alle esecuzioni capitali.
Dopo il 1507 il palco per le impiccagioni venne portato dalla Lanterna al Castellaccio: per giungere lassù i condannati salivano la strada detta dell'Agonia, mentre i Fratelli della Misericordia si occupavano di trasportare in discesa i corpi per la strada detta della Morte.
ll buon gusto dei posteri ha provveduto a modificare questi due bei nomi.
FORTI
Furono costruiti sulle cime dei rnonti che circondano la città, e seguono quasi sempre il tracciato dell'ultima cerchia di mura del 1626. Il più antico è il Castellaccio, costruito sul monte Peralto nel 1319; lo Sperone, il Diamante, Quezzi, Ratti, Bichelieu datano tutti dal 1747- 48, e alcuni di essi, come il Diamante e il Batti - assieme a,l Castellaccio -, durante l'assedio del 1800 furono al centro di Sanguinose lotte. Altri, come il Puin e il Fratello Minore, furono iniziati solo nel 1815.
I forti avevano certo la funzione di baluardo contro le invasioni che da terra avessero minacciato la città: dall'alto si dominano le vallate sottostanti con un senso di invulnerabilità che ha poi però il suo rovescio, se si pensa che la dislocazione di queste costruzioni non lascia dubbi circa la mira preponderante di erigere uno strumento che fosse principalmente di minaccia verso l'"interno".
Continua così la tradizione instaurata dal Castelletto: nessuno si fidava mai completamente del popolo genovese e con la scusa di erigere baluardi contro un possibile invasore si voleva tenere la città sotto la minaccia di cannoni che verso di essa avrebbero potuto esser rivolti.
Durante l'ultima guerra sui forti furono piazzate le batterie antiaeree che, affidate spesso a mani innocenti pochi danni causarono agli aerei nemici e molti più alle sfortunate case circostanti colpite da proiettili lasciati partire a caso.
GATTI
Ne esistono intere colonie a Genova. La stessa Elena di Portoria era loro protettrice e per essi andava questuando (oltre che per sè, naturalmente).
Il chiostro di San Andrea è loro dominio riservato. Ma certo deve trattarsi di istituzione molto antica, se già Andrea Doria, nel ritratto conservato nel Palazzo di Fassolo, ha accanto a sè un grosso gatto, e se la famiglia Fieschi portava il gatto addirittura sullo stemma, così che i suoi partigiani correvano per le strade gridando "gatto, gatto!".
GAZARIA
Così si chiamava anticamente la Crimea. Le leggi particolari con le quali erano amministrate le colonie nel Mar Nero, a Creta, a Cipro, a Pera, a Catta e in tutti gli altri centri orientali a cui facevano capo i movimenti di merci con l'Asia, erano chiamate "Ordini e regole di Gazaria ".
Furono splendidi esempi di organizzazione politica e commerciale, ma poterono durare solo fino a quell'importante data del 29 maggio 1453: L'ingresso dei Turchi di Maometto II in Bisanzio segnava la fine dei. grandi sogni orientali, facendo scomparire nello stesso tempo le colonie e tutti i motivi di rivalità fra Genova e Venezia.
Questo è l'anno dal quale veramente si può datare l'inizio di una crisi irreversibile che poco a poco si renderà manifesta in tutta la sua tragicità.
GOVERNI
La storia dei governi di Genova si può suddividere in sei epoche: Consolato (1080-1190), o governo dell'antico Municipio sfuggito alle incursioni dei barbari; Podestà (1191-1262) governo di transizione al Capitaneato (1262-1339) o governo dei feudatari; Dogato (1339-1528), diviso in quello dei Mercanti e degli Artefici, governo di “popolani" fatti potenti dal commercio e dalle industrie; Dogato di Ottimati (1528-1576), misto di consolari mercanti e artefici, sotto l'influenza di Andrea Doria: Dogato degli Ottimati puri (1576-1792), col netto prevalere della classe feudale, sotto la protezione di Spagna.
Occorre aggiungere tutti i governi stranieri che resero saltuariamente la Repubblica, di solito scacciati a furor di popolo quando eccedevano in tirannide.
GOVI
L'elencazione degli autori di teatro genovese d'un qualche rilievo è breve: Paolo Foglietta (il "Barro"), Steva De Franchi, Nicolò Bacigalupo. Appunto del Bacigalupo è I manezzi pè majà nà figgia, uno dei lavori più noti del repertorio di Gilberto Govi.
Ma, in fondo, siamo sulla stessa strada dei vari Pignasecca e Pignaverde, Colpi di timone, I Guastavino e i Passalacqua; riconosciute a Govi le eccezionali qualità di mimo, ci si rende conto come i suoi "tipi" non abbiano mai potuto andare oltre il cliché del genovese brontolone, burbero e avaro.
Manca ai testi quella profonda umanità che libera il dialetto dalle sabbie del provincialismo e lo nobilita, come accade invece nel teatro di Eduardo, in Pirandello e nel grande poeta genovese Firpo.
GRAMMATICA
Particolare abbastanza curioso è che i verbi genovesi subirono nel secolo scorso la perdita del passato remoto. Lo troviamo ancora nelle poesie di Martin Piaggio.
Oggi abbiamo solo l'imperfetto e il passato prossimo fatto con i verbi èse e avèi: con questo si esprimono anche i fatti più lontani (Romolo o l'à fondòu Romma; Dante o l’è staeto in esilio).
INFAMIA
Coloro che si rendevano colpevoli di congiura ai danni della Repubblica subivano normalmente la condanna a morte (decapitazione o impiccagione), la distruzione della casa, l'espulsione dei figli dallo Stato, e non ci si dimenticava di confiscar loro tutti i beni.
Nei casi più gravi si erigevano colonne e lapidi infamanti a perpetua onta dei traditori e monito ai cittadini.
Naturalmente era traditore chi voleva cambiare il governo esistente. Su un'ala del Palazzo Ducale, in Via Tommaso Beggio, sono murate le lapidi infamanti di Giovanni Paolo Balbi (1610) e Raffaele della Torre (1672) che volevano dare Genova ai francesi e ai Savoia.
Una colonna infame con una lapide che ricorda la cospirazione fu eretta nel '1628 sulle rovine della casa di Giulio Cesare Vachero, verso la metà di Via del Campo. Vachero avrebbe dovuto preparare il terreno al principe Vittorio Amedeo, ma anche sottoposto alle più orribili torture (lo tennero 36 ore alla macchina "della veglia") non volle mai ammettere di essere al servizio del duca di Savoia. È una figura di cupa grandezza: continuò a ingiuriare i suoi torturatori, e quando lo condannarono al capestro volle invece la scure e fu accontentato.
LANTERNA
ll Colle di San Benigno era detto Capo di Faro perché fin dai tempi remoti la notte si accendevano fuochi con erica e ginestra per indicare alle navi il luogo d'approdo.
Una torre vi fu costruita nel XIII secolo, e soltanto nel 1326 vi fu posta una grossa lanterna.
Durante il lungo assedio della fortezza della Briglia, anche la torre andò in buona parte distrutta. Nel 1543 si procedette quindi alla riedificazione della Lanterna di 117 metri: si disse che il costruttore Gio Olgiato a lavori ultimati fosse ucciso precipitandolo dalla Torre stessa, perché non avesse occasione di erigerne un'altra altrove.
Come molte costruzioni genovesi, anche la Lanterna servì spesso da prigione: la moglie di Tomaso di Lusignano dovette darvi alla luce il figlio Giano.
LEBBROSI
Capo di Faro era la zona dove oggi si vede la Lanterna. Qui, nel 1150, per iniziativa di Buono Martino sorse uno dei primi ospedali d'Italia per lebbrosi, con attigua chiesa di San Lazzaro, ben distante dalle mura della città.
GIi sventurati affetti dal terribile morbo vi erano praticamente rinchiusi a vita. Un sacerdote officiava la messa per gli infermi – o per i morti - poi aspergeva il lebbroso con acqua Santa e lo ,portava quindi alla "Domus", qui gli posava sul capo della terra tolta dal cimitero, dicendo “muori al mondo, rinasci a Dio".
La lugubre cerimonia si concludeva con la consegna degli indumenti e di alcuni oggetti tra i quali una raganella che era d'obbligo agitare per mettere sull'avviso le persone Sane. Esisteva persino una prigione per coloro che avessero trasgredito al divieto di bere ai rivi, alle fontane, ecc.
Diminuita progressivamente la frequenza della terribile malattia, verso la metà del 1800 si procedette alla demolizione degli edifici.
LOTTO
Fu inventato dai genovesi (1634) con le scommesse sui “numeri”degli eletti ai Serenissimi Collegi.
Si giocava in quei tempi a "biribis”, "cavagnola", "coccodrillo", “venturella”, “tric-trac ", e in altri modi. La passione per il gioco era grandemente diffusa, come del resto in tanti centri commerciali. A Genova come ad Anversa, tra quei mercanti continuamente soggetti al rischio causato da navi che non giungevano in porto, da affari non conclusi per “atti di Dio ", e nello stesso tempo abituati a imprvvisi notevoli guadagni; e anche tra la gente minuta, che su questi alti e bassi puntava non solo per amore del gioco, si andava formando un atteggiamento disincantato ma non disinteressato nei confronti del denaro, tipico del giocatore d'azzardo.
MAGNASCO
Pittore genovese (1667-1249), di nome Alessandro ma detto il Lissandrino a causa .della sua piccola statura. Orfano di padre andò presto a Milano dove passò quasi tutta la vita, componendo tele colme di rapide e sprezzanti annotazioni, figure come macchiette, tempestosi e sinistri paesaggi.
Ouando infine tornò a Genova, il suo stile maturo destituito di ogni armonia esteriore ma tutto volto a una funzione espressiva piacque poco ai suoi concittadini, abituati al vuoto gusto decorativo dello Strozzi, dei De Ferrari, di Fiasella.
Eppure, una delle ultime opere, il Ricevimento in una villa . genovese, mostra un ritmo compositivo più disteso, come un cruccio che si plachi di fronte all'antico paesaggio e all'antica umanità.
MALAPAGA
I falliti e gli inadempienti non potevano rimanere impuniti. Nel 1269 si costruì per loro la prigione della Malapaga, presso il Molo Vecchio. Ebbe grande successo, e fu abolita soltanto nel 1850.
Negli ultimi tempi fino alla demolizione (avvenuta agli inizi del Novecento) era ridotta a caserma delle RR. Guardie di Finanza.
Venne usata anche per altri scopi: nel 1341 vi fu chiuso in una gabbia di legno il marchese Giorgio del Carretto perché aveva tramato contro la Repubblica popolare.
Durante la famosa rivoluzione del 1746 i popolani aprirono la porta della Malapaga per far uscire i detenuti a combattere (compieso il patrizio Cristoforo Spinola, fatto arrestare dai suoi creditori) .
MASSENA
E' il valoroso generale di Napoleone che difese strenuamente Genova assediata dall'esercito austriaco. Dovette infine arrendersi per fame il 4 giugno '1800.
Genova segue, insomma, in questo periodo le fortune di Napoleone; dopo l’esilio all'isola d'Elba, si cercò di dar vita a una repubblica ligure sotto la presidenza di Gerolamo Serra: fu l’ultimo tentativo di indipendenza, perché il trattato di Vienna fra le grandi potenze nel 1815 decretò che la Liguria fosse annessa al regno dei Savoia. l 7 giugno dello stesso anno Vittorio Emanuele l ne prendeva ufficialmente possesso.
Finiva così, con l'abbandono delle speranze nate dalla Rivoluzione francese, la lunga storia dell'indipendenza di Genova.
MASSOERO
La notte, i portici del Carlo Felice, la Galleria Mazzini e altri luoghi centrali erano invasi da mendicanti e vagabondi. Colpito (magari disgustato) dal triste spettacolo, Luigi Massoero lasciò morendo, nel 1912, buona parte delle sue sostanze per la costruzione di un alloggio gratuito, che restasse aperto tutta la notte e ove si potesse entrare liberamente.
Passarono nove anni prima che l'ufficio tecnico municipale approvasse un progetto per il nuovo dormitorio pubblico. Nel quartiere del Molo presso le Mura della Malapaga, esisteva un gruppo di fabbricati, l'"Annona", poi divenuti caserma: con alcune trasformazioni se ne fece un edificio - appunto il "Massoero" – che si può ammirare. Era previsto un impianto di disinfestazione da insetti per gli ospiti.
MAZZINI
La sua tomba è a Staglieno, opera di intenzionale semplicità di G. V. Grasso. In cima a una salita è un piccolo ripiano ombreggiato di cipressi, a ridosso detta montagna. Qui, due colonne di granito doriche sorreggono un grande architrave con ta scritta "Giuseppe Mazzini” Tanto nomini nullum par elogium, Un piccolo atrio, poi la porta che immette all’interno della tomba; la tomba consiste in una cameretta al centro della quale, su un basamento, è l’urna marmorea che racchiude le spoglie.
Sul ripiano dei cipressi, vicino alla tomba di Mazzini, è il sarcofago con la salma della madre, e il ritratto di lei scolpito sulla parte superiore.
METROPOLITANA
Esiste, in data 28 agosto 1918, una "Convenzione fra ll Comune di Genova e l'ingegnere Emilio Ravà per la costruzione e l'esercizio di una linea tramviaria sotterranea a trazione elettrica”.
L'assessore Brocardi parlava allora di "continuo incremento del movimento dei passeggeri tra il centro di Genova e la riviera occidentale a cui male provvedono i mezzi esistenti".
Il progetto ,che faceva seguito a uno del 1913, prevedeva una linea a doppio binario, con 14 stazioni, luga 10.250 (metri (m. 7460 in galleria a volta, 1348 in galleria artificiale, 990 jn viadotto, 370 a livello del terreno).
Ma, evidentemente il problema non era dei più urgenti.
MEZZOGIORNO
Altrove è molto spesso collegato al suono mite delle campane. A Genova si era soliti chiamarlo "o tio" (ili tiro), perché in quell'ora un cannone di bronzo esplodeva un colpo a salve dall'alto del Castellaccio.
La tradizione fu abbandonata durante l’ultimo conflitto mondiale, perché un colpo di' cannone in simili circostanze generava equivoci. Fu poi ripresa per breve tempo dopo la fine della guerra.
MINOLLI
Così si chiamavano i caricatori di zavorra sui velieri. Esiste a Sampierdarena, di fronte alla Pretura, una piazzetta a loro intitolata.
MOLO
Nel 1637 - anno famoso per la proclamazione di Maria Vergine a Signora e Regina di Genova - Ansaldo De Mari (già autore delle ultime .mura del 1633) iniziò la costruzione di un Molo Nuovo partendo da Capo Faro verso levante. Fu allora chiamato Molo Vecchio il precedente, che risaliva all’epoca romana.
il troncone iniziale di quest’ultimo subì successivi allungamenti: nei 1283 Marino Boccanegra lo estese per proteggere meglio il palazzo di San Giorgio dai colpi di mare.
La sua evoluzione segue, insomma, il progressivo ampliarsi del porto verso ponente, e il conseguente bisogno di protezione da scirocco e libeccio.
Verso la metà del 1500 si costruì la magnifica Porta dell'Alessi: il Molo era allora lungo 1800 “palmi .di canna” e aveva i ponti dei Cattanei (poi interrato), dei Coltelleri e delle Legne (ora scomparsi), della Mercanzia o Embriaco, degli Spinoli, dei Calvi.
Il Molo Vecchio perdette sempre più il suo aspetto originario per divenire una vera penisola con infinità di calate e stabilimenti industriali.
MONTE Dl PIETA'
Sembra che nel 1483, quando. venne fondato a seguito della predicazione del Padre Angelo Craccario (da Chivasso) il Monte avesse lo scopo di spingere i cittadini facoltosi a intervenire per consentire al Monte stesso di soccorrere i poveri con prestiti su pegno a modicissimo interesse.
L'Amministrazione era affidata all'Arcivescovo.
MONUMENTI
Ouando non sono decisamente brutti come quello a Colombo o quello ai Marinaio (tipica opera scultorea del periodo fascista, si mantengono su un piano non più che dignitoso: la statua di Mazzini, dall’alto della scalinata, guarda pensierosa il monumento equestre a Vittorio Emanuele lI al centro della Piazza Corvetto; gli altri due monumenti equestri sono dedicati a Garibaldi (presso it teatro Carlo Felice) e a Belgrano (in Piazza Tommaseo.- probabilmente il migliore del genere) .
Le opere più recenti - il padre Santo, o quella simbologia del progresso ln corso Marconi - mantengono la tradizione di modestia, cosi come i monumenti ai Mille, a Rubattino o a Nino Bixio (rifatto dopo la distruzione causata dai bombardamenti).
La statua più cara ai genovesi, e certo la più bella, è quella a Balilla: da tempo se ne può ammirare in Piazza Pammatone soltanto il basamento, mentre la statua rimane ancora "gelosamente" custodita a palazzo Tursi.
MURA
La prima cinta racchiudeva l'antico Castello, e poteva servire come protezione contro i saraceni. Nel X secolo si procedette a un ampliamento, partendo dalla porta di Sant’Andrea, con l'inclusione del palazzo pubblico e della chiesa di San Lorenzo.
Notizie molto più sicure si hanno per le cinte successive: nel 1155, temendo l'assalto dell'esercito di Federico Barbarossa, si costruirono a tempo di primato, in 53 giorni, 5520 piedi di mura, rinserrando il colle di Piccapietra, la Fontana Marosa, San Siro, Santa Sabina, fino al limite occidentale della Porta dei Vacca.
Contrariamente a quanto era avvenuto per le cinte precedenti, lungo il mare non sì eressero Mura.
Carignano. e l'Acquasola vennero incluse nella cinta del 1320, proseguita ventisei anni dopo a ponente e a Nord, con Castelletto, l’Annunziata, la Commenda e San Giovanni di Prè, fino alla. porta di San Tomaso, a pochi metri dalla quale era la villa di Andrea Doria, appunto fuori delle mura.
I lavori per l'ultima cinta iniziarono nel 1626, in occasione della guerra con il Duca di Savoia: si partì dal Capo di Faro increspando di mura a Nord i monti sui quali poi vennero edificati i Forti, e discendendo fino alla foce del Bisagno.
MUSSOLINI
Due volte giunse dal mare in visita ufficiale a Genova: ìl 23 maggio 1926 con la nave "Esperia" (l'on. Broccardi disse: "Eccellenza, Genova vi attendeva ardentemente da lungo tempo [...]. Qui in Genova, Voi, Duce. Nel 1914 additaste all'Italia la via della salvezza e dell'onore”), e il 14 maggio 1938, con la “Cavour”.
Nell'ultima occasione la visita durò tre giorni; come si sa, Sampierdarena fu il secondo Fascio d'Italia, che accolse il suo Duce con un imponente schieramento di statue che consistevano soltanto di un leggero involucro di gesso.
NAPOLEONE
lntenditore d'arte. progettò un grande Archivio lmperiale, e anche Genova dovette contribuire. Nel 1808 e 1812, per ordine diretto di Napoleone, il famoso orientalista Antonio Isacco Silvestre De Sacy procedette a una sistematica spogliazione.
ln cambio delle opere d'arte razziate, Genova avrebbe ricevuto un ritratto di Sua Maestà lmperiale e Reale.
I trattato di Vienna del 1814 obbligava la Francia sconfitta alla restituzione, ma il viaggio di ritorno di tutti quei preziosi oggetti non è forse ancora finito.
NASI
Megollo Lercari (t316) ne riempì un'intera arbanella, dopo averli tagliati a quanti gli cadevano fra le mani. ll suo onore era stato colpito per aver un cortigiano dell'imperatore di Trebisonda pronunziato frasi ingiuriose verso i genovesi; non avendo ricevuto soddisfazione si mise in mare con due galee, e dopo aver colmato l'arbanella la mandò all'imperatore Alessio II.
Questi, impressionato, gli consegnò il cortigiano tutto spaurito; ma Megollo diede un calcio all'uomo dicendo: Vattene. I genovesi non incrudeliscono contro le femmine".
Erano i tempi eroici del valore e dell'orgoglio genovese, i tempi delle ricche colonie nel Mediterraneo orientale e della massima potenza della Repubblica.
NIETZSCHE
Le sue parole sembrano un'applicazione della teoria del "superuomo" alla "super-città":
"Tutta questa regione è esuberante di cotesto meraviglioso ed insaziabile egoismo, e di cotesto desiderio di possesso e di preda; e, come questi uomini non riconoscevano limite nelle loro spedizioni lontane, ponendo, nella loro sete di novità, un novello mondo vicino a un antico, così nella loro patria, ognuno si rivoltava contro ognuno, ed ognuno inventava un modo d'esprimere la sua superiorità e di porre fra sé e il suo vicino la suapersonalità infinita".
Ma Nietzsche morì folle.
OMNIBUS
Raffaele Rubattino costituì, in collaborazione con lgnazio Venturini, la prima linea genovese di omnibus con trazione a cavalli, percorso Sampierdarena-Ponte Pila.
Gli serviva come coincidenza coi suoi piroscafi in servizio nel Mediterraneo e con la sua linea di diligenze.
Inaugurazione il 4 luglio 1841: tariffa unica 25 centesimi (ragazzi inferiori a 5 anni gratis se in grembo); esclusione per ubriachi, pazzi, sporchi, puzzolenti, visibilmente ammalati e lattanti.
ORGINI
Discendiamo dai libici? dai berberi? oppure da quegli Atlantidi che scamparono al cataclisma che distrusse il loro impero? (questa è una versione interessata, perché gli Atlantidi, come anche gli "Janigeni” - che avrebbero fondato “Genua", erano giganti).
Forse alcuni naviganti fenici trovarono il luogo di ìoro di loro gradimento e vi si stabilirono. Oppure non si trattò chr una “discesa' al mare di abitanti dell’entroterra.
Non si sa niente di preciso, sono tutte ipotesi. Le prime .notizie .attendibili vedono i genovesi sotto il dominio dei Romani'
PACCIUGO
ll 26 luglio di un qualche .anno sopra il Mille, Nostra Signora Incoronata giunse dall’Oriente sulla spiaggia di Sampierdarena e si eresse un bel trono sulla collina di Coronata, elargendo grazie e favori.
Fra i tanti miracolati furono Pacciùgo e Pacciùga. Lui rimase molto tempo prigioniero dei Turchi: al suo ritorno, i vicini si premurarono dl sussurrargli cattive parole sulla fedeltà della moglie.
Colto da gelosia la uccise, pentendosi subito dopo. La Madonna di Coronata si premurò di fargli tornare a casa Pacciùga ancora viva e felice.
PALAZZO DUCALE
Per capirne .l'architettura è necessario seguire le vicende di questo che era chiamato Palazzo Pubblico o Palazzo del Comune, dove si prendevano le massime decisioni di governo, edificato a cominciare dal 1281 e icorporato verso la fine del XVI secolo nel Palazzo Ducale vero e proprio.
La struttura romanico-gotica della parte più antica, con l'alta torre del Popolo, è dalla parte di Via Tommaso Reggio. La facciata verso Piazza Matteotti completamente distrutta nel 1777, fu poi ricostruita in forme neoclassiche e quindi contrasta con la severità del prospetto su Piazza de Ferrari.
Suggestivo l'interno, con i due cortili che si aprono ai lati del grande. atrio.
Vi si possono ammirare le statue di Andrea Doria e Gian Andrea Doria (Gian Andrea era il figlio di quel Giannettino ucciso durante la congiura dei Fieschi, ma si diceva che in effetti suo padre fosse il corsaro Dragut), romanamente bardate ma prive di testa perché abbattute ai tempi della Rivoluzione Francese, quando il popolo scorse nei due salvatori della patria un simbolo del potere aristocratico.
PAOLO DA NOVI
La rivolta antinobiliare del 7 settembre 1506 portò in primo piano un tintore di seta, illetterato. Fu l'unico Doge che si appoggiò alla plebe e la sua versione alla nobiltà coincideva con un tentativo di scrollarsi il dominio straniero (qui f rancese).
Ma durò poco: Luigi XII rimise le cose a posto e Paolo, tradito, finì decapitato davanti al palazzo ducale dando prova di grande dignità.
PESTE
1383, 1438, 1499, 1528, 1656: cinque terribili date che segnano le più grandi pestilenze cui la città fu condannata. A volte la peste era lasciata da alcuni soldati di passaggio, altre volte attraverso merci sbarcate di nascosto e provenienti da paesi già colpiti dall'epidemia.
Nel 1383, quando venticinque milioni di persone morivano in Europa su un totale di cento milioni di abitanti, a Genova per mesi e mesi rimasero uccise più di cento persone al giorno.
Le date posteriori furono forse ancor più tragiche: tutto quanto si poteva fare era costruire tanti "lazzaretti”(se ne contavano ventisei; il popolo ribattezzò "sconsolazione” quello della Consolazione), e curare i malati con salassi purghe, impiastri ... Ma lo spettacolo, oggi impensabile, era comune a ogni parte d'Europa: basta ricordare la descrizione di Manzoni sulla peste a Milano nel '600.
La presenza della morte richiamava all'uomo la sua precarietà in un mondo ben poco razionalizzato, dove le cognizioni cliniche erano pressoché inesistenti. Ll ricco mercante e il banchiere erano esposti alla malattia come i più umili, quando le persone morivano come mosche, e questo non poteva non avere i suoi riflessi sulla concezione stessa della vita, sul modo di considerare la ricchezza e i rapporti fra le classi sociali.
PIANO REGOLATORE
Dal primo nucleo dell'età romana - quello che oggi corrisponde alla zona detta Santa Maria di Castello - Genova è andata espandendosi spianando progressivamente le prime collinette e abbarbicandosi poi in forma abbastanza caotica sui pendii delle seguenti.
Nuovi “carugi" si sommano a quelli medioevali. E pensare che già dalla prima metà del 1100 i Consoli Sancivano l'obbligo della Repubblica alla tutela del paesaggio: "nelle passeggiate da cui l'incantevole panorama può godersi, non si debbono alzar mura, né altri edifici, affinché sia lasciata libera la vista a vantaggio e diporto del popolo".
PIAZZA Dl SARZANO
Ha una forma ricurva perché segue il tracciato delle mura. Adesso è in decadimento, anche a causa dei bombardamenti durante l'ultima guerra; ma nel Medioevo era la piazza più importante di Genova, centro del nucleo antico.
Si affaccia sulla piazza il bel campanile gotico della chiesa dl Sant'Agostino, costruito secondo la caratteristica ligure che prevede una cuspide contornata da quattro guglie minori. Una piastrellatura di ceramica crea sulla costruzione suggestivi effetti di colore.
PIAZZA SAN MATTEO
Nella caratteristica configurazione medioevale di “isole", all'interno della città, in cui si rinserravano le grandi famiglie sempre in lotta fra loro, lo spazio riservato ai Doria è certo dei più caratteristici: gli edifici circondano la piazza in modo che la chiesa gentilizia (fondata nel 1125 per la vita religiosa della grande famiglia) acquisti una posizione predominante, essendo posta sul punto più alto della piazza.
I palazzi erano di Branca Doria, Domenicaccio Doria, Lamba Doria - il vincitore dei veneziani a Curzola - e di Andrea Doria, dono del Senato nel 1528.
ln periodi in cui era rischioso persino percorrere le strade, questi spazi urbani privati, capaci di interrompere la continuità del tessuto viario rappresentavano la negazione di una maggiore vita pubblica.
Veri centri delle attività erano i portici dei palazzi, dove, ben protetti e isolati dalle minacce esterne, i nobili compivano ogni tipo di funzioni e cerimonie. Da un portico all'altro si svolse per tanto tempo la vita pubblica della città, se si pensa che Genova ebbe relativamente tardi un suo palazzo comunale e che mancò sempre una vera piazza cittadina come invece esisteva in ogni città d'Italia.
Soltanto con lo sviluppo del Banco di San Giorgio lo strumento del dominio cessò di risiedere nelle piazze interne medioevali per assumere forme legate prevalentemente alla potenza del denaro nelle operazioni bancarie.
Venne meno il concetto di casa-fortezza, e nacquero i simboli del prestigio e della ricchezza come la Strada Nuova, alla quale non era più richiesta l'antica funzione.
POETA E MERCANTE
“Martin Piaggio – poeta e mercante genovese - cantò in dialetto natio - glorie e costumi di Genova – incitandola a conseguire - novella opulenza - Con l'obolo dei cittadini - Promotore ll Successo".
È la iscrizione incisa sul cippo che regge un busto in bronzo di Martin Piaggio all'Acquasola.
Il Successo è il settimanale che prese l'iniziativa nell'anno 1903. Nelle sue poesie scriveva che "e Rivoluzioin prodùen di guai / E chi obbedisce non fallisce mai".
Così lo ,ricorda lo studioso: "Non è certo il Porta né il Belli ma un buon uomo di Banchi, tutto onore, famiglia e fede in Dio, che non s'impicciava di politica e che per lui, governasse il doge o il re di Sardegna, era la stessa cosa”.
PONTE REALE
Ha dovuto essere sacrificato per la costruzione di Piazza Caricamento e Via Carlo Alberto (oggi Via Gramsci), circa alla metà del secolo scorso. Via Carlo Alberto, specie dopo l'ampliamento del 1886 ottenuto anche con la demolizione dei famosi ferrazzi di marmo fu opera di fondamentale importanza, in quanto apriva più facili comunicazioni fra le due strade dei Giovi e di Levante, e la Dogana e il Portofranco.
Attenzione a non confondere il Ponte Reale, che si trovava all'altezza della Casa di San Giorgio, con quel cavalcavia – ora completamente demolito per la costruzione della sopraelevata - prospicente il Palazzo Reale al lato mare.
PORTA DEI VAGCA
Costruita nel 1155 al limite occidentale della cinta che i genovesi edificarono per proteggersi dal Barbarossa. Fuori della porta era la strada che costeggiava il mare e conduceva a San Giovanni di Prè a Capo di Faro, e alla riviera di Ponente.
Venute meno le ragioni militari di difesa fu trasformata in prigione, e nei suoi pressi fino al XVI secolo si effettuarono le esecuzioni capitali.
Ma la città era destinata ad ampliarsi, venne costruita nei pressi la Darsena: inizia la decadenza della bella porta, destinata ai “revenderoli e fruttaroli” poi deturpata per esigenze di vari costruttori. Nel '600 fu persino accordato il permesso di aprirvi delle finestre e fare un poggiolo alla torre.
ln effetti tutta la zona - che racchiude le prime memorie del cristianesimo genovese - subì l'offesa di incoscienti lavori di demolizione (la chiesa di Santa Sabina fu trasformata in autorimessa nel 1933. Oggi sullo stesso luogo si può ammirare il cinema "Imperiale").
PORTE
Con l’edificazione delle varie cerchie di mura si procedette all'apertura delle porte della città, sia da terra che da mare. Si ha notizia delle più antiche Porte di San Giorgio e San Torpete (da mare) e, da terra, del Soccorso (presso la chiesa di San Lorenzo) e di Sant'Andrea.
La cinta dell'anno 925 aveva tre porte di San Pietro, vicino al mare; della Valle, presso la chiesa di San Matteo; di Sant'Egidio. Dai pressi di quest'ultima si cominciò a edificare la cinta del 'l 155, che ebbe cinque porte: di Piccapietra, di San Germano, Porta Nuova (poi detta del Portello), di Sant'Agnese, di Vacca.
Le porte dell'Acquasola e dell'Arco datano dal 1320, mentre il proseguimento delle mura nel 1346 chiese l'apertura delle porte dell'Olivella del "guastato” (murata quando si aprì quella di Santa Marta di Carbonara per l'Albergo dei Poveri), di Pietra Minuta e di San Tomaso (sul limite occidentale).
L'ultima grande cinta del 1526 contemplava 14 porte (d di terra, o di mare): iniziando da oriente, porta Pila, Romana, di San Bartolomeo, di San Bernardino, delle Chiappe (tutte queste danno sul Bisagno di Granarolo, degli Angeli, della Lanterna che servivano per chi dalla Polcevera scendeva in città; la porta della Lanterna fu ricostruita nel 1827.
Quelle di mare erano: della Darsena, delle Legne, una che metteva al ponte degli Spinola, una al ponte Reale, un'altra realtà Mercanzia, e infine quella del Molo.
PORTICI
I nobili Vecchi, quelli provenienti dalla campagna e cioè di origine 'feudale”, si radunavano abitualmente in una loggia presso la contrada di San Luca; i nuovi nobili di origine cittadina, arricchiti dai commerci, e chiamati "popolari”, si raggruppavano in un'altra loggia vicino alla chiesa di San Pietro.
Gli ultimi secoli di vita della Repubblica videro il definitivo prevalere dei primi.
Sia le grandi famiglie popolari degli Adorni, Fregosi, Guarchi, Montaldi, che quelli di San Luca, ossia i Doria, Spinola, Fieschi, Grimaldi, non fecero comunque, con le loro rivalità, che condurre la città alla rovina, consegnandola tante volte allo straniero piuttosto che raggiungere un compromesso.
POVERI
La necessità di un Ufficio dei poveri nacque a Genova nel 1539, cioè in pieno periodo di "splendore" rinascimentale. Si aiutarono centinaia di indigenti raccogliendoli al Lazzaretto della Foce, poi in vari conventi finché Emanuele Brignole provvide a dar loro un riparo conveniente.
Fu così costruito (1655) il grande edificio a forma di parallelogramma nel cui centro è un fabbricato a croce che si congiunge nel mezzo dei quattro corpi laterali. Opera vasta, spaziosa, occupante 19.000 mq di superficie, lavoro ammirevole, specie per quei tempi, dell'architetto Stefano Scaniglia.
Prima di morire, il grande benefattore Brignole dispose che il suo corpo fosse sepolto nell’Albergo, e non volle pietra che lo ricordasse alla posterità.
PRESEPIO
Si ha notizia che nel 1574 un rinomato intagliatore di legno, Matteo Castellino, fece alcune figure per la chiesa di San Giorgio ricevendo 15 scudi d'oro. Era il primo tentativo di presepio a Genova.
L'uso si diffuse ben presto: nel '600 esisteva in Santa Maria di Castello una Compagnia del Santo Presepio (che ebbe indulgenze speciali da Clemente VIII).
II 1700 è il periodo di splendore, contrassegnato dai risultati non più solo artigianali ma artistici del grande A. M. Maragliano, profondo indagatore di fisionomie.
Progressivamente la moda è andata affievolendosi negli ultimi due secoli. A Genova si lavorò solo il legno (le figure di terracotta sono d'importazione): espressioni e momenti autenticamente liguri si scoprono in queste statuine. Non è difficile vedere, lungo i sentieri che conducono alla Capanna di Gesù, persone che si fermano al mercato, gente che contratta l'acquisto di una vacca, genovesi che non trascurano - insomma - di combinare qualche piccolo affare, se capita.
PRIMA CROCIATA
Segna l'inizio, intorno al 1100, delle fortune commerciali e politiche della Repubblica Marinara, fortune che dureranno fino all'entrata dei grandi stati unitari sulla scena europea.
Guglielmo Embriaco, detto Testa di Maglio, al comando di truppe genovesi diede un contributo determinante per la conquista di Gerusalemme con l'impiego di una torre d'assedio da lui ideata.
La partecipazione alla pia guerra fruttò a Genova l'esenzione da imposte e dazi, nonché il possesso di colonie, strategicamente dislocate, in Palestina e nell'Asia Minore.
PROSTITUZIONE
Nel 1418 venne istituita una gabella sulle meretrici (l'esattore stazionava alla porta del bordello). Le ragazze, che dovevano esser tutto fuorché "allegre”, erano praticamente relegate nella zona di Monte Albano; ciascuna pagava al Podestà cinque soldi il giorno; nel caso una avesse voluto "ritirarsi" avrebbe dovuto indennizzare il Podestà dei mancati introiti.
Bisogna dire che simili entrate pubbliche erano in parte destinate all'assistenza delle donne stesse in caso di malattia, e in parte alla manutenzione del Porto e del Molo.
Attualmente, la "vita" gravita attorno alla zona di via Prè e via Gramsci, e non è detto che non si tratti di uno dei punti di maggior attrazione per il turista occasionale.
RIVOLUZIONE FRANCESE
Quando l'Inghilterra, l'Austria, e anche la Savoia si allearono per combattere la nuova Francia rivoluzionaria nata nel '1789, cioè per combattere le nuove idee di libertà, la Repubblica di Genova dovette ancora scegliere: i Francesi da una parte avanzavano con Napoleone, dall'altra erano gli Inglesi. Si decise per la stella napoleonica, e vi fu allora, nel 1797, una furiosa rivolta popolare contro il governo aristocratico, cui seguì una dura repressione finché non giunsero i Francesi e il popolo abbatté i simboli della nobiltà.
Napoleone fu poco soddisfatto di simili “eccessi", e si premurò di dare al popolo una nuova costituzione sul modello di quella francese.
Muore, quindi, l'antica Repubblica. Gli alberi della libertà alzati sulle piazze e il libro d'oro della nobiltà dato alle fiamme rappresentarono uno sfogo popolare nella speranza d'una vita nuova che in effetti era ben lungi dal realizzarsi.
ROMAIRONE
ldeò alcuni scivoli per il movimento delle merci, e gli venne pei riconoscenza intitolato un quartiere del Deposito Franco. Fu una delle poche eccezioni, perché quasi tutti gli altri quartieri portavano nomi di Santi.
II Deposito fu terminato nel 1895, ed era la continuazione dell'antico Porto Franco, il quale ebbe le sue origini nei primitivi fondaci di deposito del secolo XIV, ove si collocavano le merci che pervenivano a Genova dal Levante in attesa di rispedirle ai paesi che ne facevano richiesta.
SAN GIORGIO
Era tenuto in grande onore anche dai Saraceni. l liguri tornarono dalla Crociata con le sue reliquie - raccolte insieme ad altri tesori di Palestina - e le sistemarono a Portofino.
Crebbe a Genova il culto del santo, finché divenne simbolo della città; quando i capitani di mare tornavano trionfanti, il vessillo con San Giorgio era posto su un carro, e lo si trasportava dalla sua chiesa al Molo fra la folla festante.
Oggi il nome del santo è nella “lista dei sospetti di inesistenza" compilata dalla Chiesa.
SANT'AGATA
L'annuale fiera dedicata a questa santa non è ormai che la caricatura, non si dice delle importanti fiere medioevali in mano ai genovesi, ma anche di quanto avveniva anni addietro.
Oggi si vendono “ravatti" a prezzo di antiquariato.
I venditori hanno cambiato pubblico: fino a prima dell'ultima guerra, la fiera di Sant’Agata era frequentata in gran parte da contadini dell'interno che scendevano per acquistare cose che “servivano" al loro lavoro (attrezzi per agricoltura, piante da frutta, cavalli), o da cittadini in cerca dell'oggetto *curioso ", non di quello “antico" o pseudo tale.
SANTA TECLA
Quella dei Calafati è una Corporazione di lavoratori portuali che risale al 300., e aveva come protettrice Santa Tecla: condannata a morire sopra un gran fuoco, essa ne uscì illesa.
I Calafati, che per il loro mestiere devono spesso ricorrere al fuoco, si misero sotto la protezione della Santa, la cui festa doveva essere celebrata con solennità. sotto pena di un fiorino per gli inosservanti.
I Consoli dovevano giurare fedeltà al Doge e al Governo per la vita. Una nave non prendeva il largo senza avere a bordo il Maestro Calafato; i forestieri per essere ammessi alla Corporazione dovevano pagare 25 lire.
Secondo certi regolamenti del 1370; non si poteva andare in giro a rivelare i segreti dell'arte, e insomma troviamo anche qui certe componenti di protezione del gruppo e dettagliate codificazioni medioevali che ancor oggi non hanno cessato una loro curiosa influenza.
SCAVI
Ritrovamenti archeologici di grande importanza sono stati fatti durante i lavori di scavo nella trasformata zona di Piccapietra. Oggetti dell'epoca pre-romana son venuti alla luce, preziose testimonianze che potrebbero permettere di ricostruire un passato perduto nella leggenda.
Ma per ogni anfora o mestolo o osso amorevolmente recuperato, quanta colpevole indifferenza in quelle imprese edili che tanto spesso evitavano di segnalare il ritrovamento per non dover sospendere i lavori in attesa dei funzionari della Sovrintendenza alle Belle Arti.
SESTIERI
Di Portoria: deriva forse il suo nome dalla Porta Aurea, o dall'antichissimo piccolo porto.
Del Molo: sorse dopo quello di Portoria intorno al Molo d'epoca romana.
Della Maddalena: possiede una più gloriosa antichità, comprendendo i magnifici palazzi di Strada Nuova (ora via Garibaldi).
Di Prè: è il più piccolo incluso entro le mura cittadine con l'ampliamento della cinta nel 1346.
Di San Vincenzo e di San Teodoro: sono i più estesi, e vennero incorporati nella cerchia cittadina con la nuova cinta del 1633.
Attenzione a non parlare, per Genova, di "quartieri”.
SAN GIOVANNI Dl PRÈ
La Chiesa Superiore di San Giovanni, insieme all'edificio della Commenda, rappresenta uno dei più felici esempi dell'arte romanica genovese. Costruita verso la fine del XII secolo, era allora molto al di fuori delle mura cittadine (che nel 1155 giungevano alla porta dei Vacca).
È una chiesa costruita a due piani, comunicanti in origine con i corrispondenti due piani dell'edificio della Commenda. Nonostante successivi interventi di restauro, l'interno si offre ancora a un senso di maestosa severità, propria del carattere eroico di quei tempi in cui si stavano costruendo le fortune della città.
Molto bello il campanile, in pietra squadrata, a cinque guglie. Esiste anche una Chiesa Inferiore di San Giovanni di Prè, contemporanea a quella superiore, e che occupa lo spazio corrispondente alla navata centrale e al presbiterio di quest'ultima.
Nel Palazzo della Commenda erano ospitati i pellegrini diretti in Terra Santa: originariamente aveva grandi arcate al pianterreno; le logge del primo e secondo piano sono frutto di una ricostruzione rinascimentale.
SANTA MARIA ASSUNTA IN CARIGNANO
Iniziata nel 1556 da Galeazzo Alessi per la famiglia Sauli, è il capolavoro del grande architetto perugino, il quale in alcune lettere chiamava la chiesa “sua creatura primogenita, e sopra tutte carissima delle proprie figliuole”.
I suo sviluppo ricorda la pianta che il Bramante aveva ideato per la basilica di San Pietro in Vaticano a Roma; ma, come avveniva sempre con l'Alessi, i temi di partenza erano piegati alle esigenze d'una ispirazione originale, per cui ci si allontana dallo spirito bramantesco con quelle alte torri campanarie, la cupola slanciata, i grandi frontoni e la decorazione bicroma delle pareti che dànno alla costruzione una vivace sensazione di movimento.
Bellissime, nell'interno, le decorazioni dominate dal bianco, e il pavimento realizzato nel secolo scorso secondo il progetto originario.
La chiesa sorge sulla sommità della collina, nella grande piazza di Carignano: originariamente era isolata, senza tutti quegli edifici che ora la circondano e cancellano in parte la possibilità di gustarne secondo i primitivi intenti di localizzazione.
SANTA MARIA DI CASTELLO
E' uno dei più importanti complessi monumentali di Genova, comprendente la chiesa e il vicino convento. Le origini della chiesa sono del secolo VII: sorgeva al centro del primo nucleo cittadino, il "castrum” da cui appunto il nome di castello.
Suggestivo il susseguirsi di colonnati, all'interno; ma certo i continui restauri e rifacimenti hanno un po' falsato le proporzioni spaziali.
ll convento dei Domenicani, formato da tre chiostri, fu realizzato fra la seconda metà del 1400 e gli inizi del '500.
STAGLIENO
È il cimitero monumentale che tutto il modo invidia, costruito fra il 1844 e il 1851 dall'architetto G.B. Resasco il quale lavorò su un progetto già presentato da Carlo Barabino e che questi non poté condurre a com'pimento perché ucciso dal colera.
La parte inferiore è un rettangolo chiuso, circondato da un sistema di porticati lungo i quali è alloggiata una doppia fila di monumenti.
Difficile trovare fra questi e gli altri, lavori di una qualche levatura artistica: è il tempio della borghesia e specie della piccola borghesia genovese che ha voluto farsi eternare sul marmo.
Il monumento che la "Paisanna” (Caterina Campodonico) si fece erigere col ricavato della vendita di nocciole e ciambelle è rappresentativo di questa diffusa aspirazione al ricordo dei posteri, sebbene sia poi unico nella sua accuratezza naturalistica tanto poco usuale per un cimitero.
L'unica cosa bella rimane sempre la suggestiva collocazione del cimitero, teneramente abbarbicato alla collina.
STEMMA
Il grifone comparve nello stemma agli inìzi del 1200: era raffigurato nell'atto di aggredire un'aquila (l'Imperatore) e una volpe (Pisa). Successivamente i grifoni divennero due sostenenti lo scudo con la croce rossa.
Con la annessione di Genova al Regno di Sardegna (1815) si mise ai grifoni la coda fra le gambe.
La corona che sormonta lo scudo passò da Ducale (con la concessione del titolo di Serenissima da parte dell'imperatore Rodolfo II) a Reale (quando si divenne padroni della Corsica), a Comitale (passaggio al Regno Sardo). Completa lo stemma un Giano bifronte.
Nel 1440 fu introdotta una banda bianca con la scritta "Libertas"; Andrea Doria ridusse lo stemma a uno scudo crociato sorretto da due angeli e la scritta "Aurea libertas".
STRADA NUOVA
Certo la più bella strada rinascimentale del mondo, oggi chiamata via Garibaldi.
La costruzione della strada e dei magnifici palazzi che vi si affacciano data dalla metà del 1500, all’indomani della congiura dei Fieschi, ed appunto fu voluta come splendido monumento al potere consolidato da parte della vecchia aristocrazia, alla quale la città era ormai definitivamente consegnata da Andrea Doria, sotto la protezione degli Spagnoli.
Sorgeva in una zona allora suburbana, appunto per il desiderio di staccarsi dalla plebe.
Ancor oggi chi percorre la Strada Nuova subito ne è posseduto, anziché sentirsene il centro e il meccanismo misuratore. Quando già Roma e Firenze erano giunte al "manierismo", Genova trovava nella stabilità politica della conservazione il suo tardivo "rinascimento” artistico.
STRADA SOPRAELEVATA
Inaugurata nel 1965 per sopperire in qualche modo alle esigenze del traffico sempre più caotico, la strada ha un percorso estremamente suggestivo, offrendo da un lato la vista del porto e dall'altro quella dei più importanti edifici della città vecchia e, su per le colline retrostanti, la parte ottocentesca e novecentesca di Genova.
Si raccorda a Sampierdarena con l'autostrada, e costeggia poi il mare fino alla Foce, con uno svincolo in piazza Cavour.
Il percorso ricalca grosso modo, a diversi metri di altezza, il più antico tracciato del sentiero lungo il mare, in un singolare ritorno alle origini.
TEATRI
Col passare degli anni, la città ne ha perduti alcuni. C'erano il Margherita, Paganini Politeama Genovese, Giardino d'Italia, Verdi Eden, Apollo, Carlo Felice, Nazionale.
L'Apollo era il varietà dei piccoli gaudenti, l'Eden per quelli delle classi più elevate. Il Giardino d'ltalia fu l'ultimo a morire, sacrificato dal piano di Piccapietra.
L'inaugurazione del Carlo Felice avvenne il 7 aprile 1828 alla presenza del Re e della Regina Maria Cristina con l'opera di Bellini "Bianca e Fernando" (ribattezzato “Gernando" perché la censura napoletana non volle fosse pronunziato il nome del suo re invano).
I bombardamenti dell'ultima guerra rovinarono il teatro, e per un lungo periodo i genovesi furono costretti ad assistere alle rappresentazioni dell'opera lirica solo sullo striminzito palcoscenico del Margherita – in attesa del ripristino del Carlo Felice, annunciato e rimandato per decenni.
Finalmente, il 18 ottobre 1991 la struttura (recuperata appieno attraverso una quasi totale riedificazione) venne nuovamente inaugurata (vi fu rappresentato Il Trovatore di Giuseppe Verdi).
Il nuovo teatro recuperava ciò che rimaneva delle antiche strutture mentre risultava del tutto nuovo negli interni.
TERRAZZE
Sviluppare l'agricoltura sulla roccia è impresa difficile. Ma per chi voleva approfittare dell'ottimo clima favorevole a certe colture specializzate non bastarono gli ostacoli: la terra fu portata molto spesso con le ceste in modo da ricoprire la pietra d'uno strato sufficiente a far crescere fiori e ulivi.
Si creò così il caratteristico paesaggio "a terrazze" del tutto artificiale, a piani larghi pochi metri e abbarbicati a diversi livelli su per le colline: qui, una coltivazione estremamente intensiva riesce a strappare preziosi frutti dove non avrebbe saputo crescere neppure un po' d'erba.
TERRITORIO
Oltre agli antichi "sestieri", Genova comprende oggi le seguenti zone: Foce, San Francesco, San Martino, San Fruttuoso, Marassi, Staglieno (annesse nel 1874); Apparizione, Bolzaneto, Cornigliano, Nervi, Pegli, Pontedecimo, Prà, Quarto, Rivarolo, Sampierdarena, Sestri Ponente, Valbisagno, Voltri, e quindi Bavari, Borzoli, Molassana, Quinto, Sant’Iario, San Quirico, Struppa, annesse nel 1926.
TORRE EMBRIACI
La città non ha mai conosciuto, sin dai tempi più antichi, un'autentica atmosfera collettiva; imperava la "società di torre”, una concezione sostanzialmente privata e individualista dell'ordinamento politico e sociale. Ciascuna grande famiglia formava un proprio nucleo residenziale, guardato, dalla parte più vulnerabile, da una torre costruita come arma di difesa e offesa.
Quella appartenente al famoso Guglielmo Embriaco risale al XII secolo, edificata nella zona più antica di Genova nei pressi di Santa Maria di Castello; è una delle più antiche torri rimaste, fra le numerosissime che caratterizzavano l'aspetto della Genova medioevale e avevano un'importanza strategica determinante, poiché di lassù si poteva paralizzare la vita della città durante le continue lotte tra famiglie.
Già nel 1143 ci si preoccupava delle conseguenze, se proprio in quell'anno era emesso un regolamento il quale vietava l'edificazione di torri che superassero 80 piedi di altezza e minacciava la demolizione se da queste fosse compiuto omicidio.
La torre Embriaci che oggi si può vedere ha subìto soltanto, dalla sua costruzione, un restauro, nel 1923, alla merlatura guelfa di coronamento.
VERNAZZA
ll progressivo impoverimento della città, dopo l'età d'oro del dominio sui mari, trovò nella beneficenza privata una forma di pietoso ostacolo.
Ettore Vernazza, col suo eccezionale prodigarsi verso tanti diseredati, è una figura persino inquietante, come l'esplosione di un rimorso - non suo ma di coloro che, pur potendolo, non si interessavano più della città.
lstituì la Compagnia del Mandiletto (1497) per raccogliere e distribuire elemosine per i poveri, fondò l'Ospedale degli Incurabili (1500), edificò un Lazzaretto per gli appestati, istituì il Conservatorio di San Giuseppe per le fanciulle povere, provvide per la cura dei poveri vergognosi a domicilio, istituì scuole, pagò avvocati per difendere i poveri, diede origine alla Compagnia di Misericordia per carcerati, operò anche a Roma e Napoli.
Mori di peste net 1524 lasciando erede l'Ospedale dei Cronici.
VIA XX SETTEMBRE
Aperta verso la fine del 1800, è diventata il centro della città moderna. Si chiamava anticamente Via del Vento, poi Via Felice, e giungeva fino alla porta dell’Arco che faceva parte della cinta di mura del 1536.
La strada fu poi ampliata e prese il nome di Via Giulia, finché la città si estese oltre la porta dell'Arco giungendo dove oggi termina Via XX Settembre: questa fu ottenuta proseguendo sulla direttrice della Via Giulia.
I lavori di trasformazione fecero violentemente scomparire tutta la parte orientale della città antica: rimasero la chiesa secentesca dell'Immacolata e quella romanica di Santo Stefano, mentre gli edifici che si vedono fiancheggiare la strada sono eclettiche realizzazioni di fine dell’Ottocento e inizi del Novecento. Completò l’opera la costruzione del ponte monumentale, edificato alla tine del XIX secolo.
VITTORlA
La vittoria è, evidentemente quella della Prima Guerra Mondiale. La piazza a essa intitolata è una classica realizzazione del regime fascista nel suo periodo dl massima stabilità.
È una piazza che sembra nata apposta per le °adunate oceaniche", e nella sua spoglia “razionalità” trasmette sul passante una sensazione di gelo, acuita dalla mole incombente det monumento ai Caduti e dei palazzi piacentiniani allineati ai bordi dello spiazzo.






